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lunedì, 12 novembre 2007

Tristezza
Una sofferenza povera di significato, un malessere inconsueto e indecifrato.
Uno stato d’animo obsoleto: nessun motivo per viverlo.
Eppure…
 
Già, eppure a volte il silenzio dell’inquietudine si mette a urlare e esce di potenza, sofferente, pieno di rancore e di terrore. Esplosione di malessere, ingiustificato.
 
Tutto un insieme di motivi, di esperienze al limite, vissute senza una logica che non sia frutto del “sentirsi appagati”, da un fremito complessivamente instabile di cercare l’assurdo logico, come se la nuova esperienza fosse DOVEROSO compierla.
O il nuovo.
Oppure il moderno.
Ovvero, stare al passo con i tempi.
E che dire: aggiornamenti istantanei.
 
Nessuno ha tempo per fermarsi a vivere la vita: sentire i propri sensi. Vedere, gustare, annusare, toccare, udire. 5 cose e nemmeno l’idea di cosa siano.
Inghiottire un fast food.
Osservare il nulla televisivo
Annusare l’odore dell’ultimo profumo
Toccare un cellulare nuovo
Ascoltare una canzone ripetuta 84753mila volte alla radio che ci piace perché hanno detto (chi?) che è molto bella
 
 
No.
Non così.
 
Fermati
 
Ruota la testa e GUARDA attorno a te: un tramonto rosso dipinge la pianura di colori densi, la vigna muore nel fuoco dell’autunno, violentata dal vento che sibila, ulula quasi la sua forza; respira allora questo attimo: sentirai l’umido dei campi che corrode le narici e gonfia i polmoni. Tocca allora quella terra, umida, grassa, densa e il camminare tra il fogliame sarà musica: gusta il momento, come mangiare un antico sapore. E non sarà necessario altro per sentirsi VIVI dentro.
Fermarsi: manco questo verbo è conosciuto.
Sentirsi appartenenti a un “qualcosa di magico” è una botta di vita che va oltre l’essenza ultima.
Capirlo è percepirlo interiormente, assimilarlo: non conta nient’altro.
 
Respira allora e rispondi: cos’è la tranquillità? Dov’è?
 
C’è. È facile. C’è. La risposta è semplice. Più semplice che mai.
Cercala… cercala… la risposta questa volta non sarà palese, perché NON mi è dovuto darla. Anche CERCARE è un verbo poco vissuto: tutto ci è dovuto. Da altri.

Postato da: neviurss a 16:49 | link | commenti (1) |

venerdì, 02 novembre 2007

è la vita...
C’è qualcosa di strano nell’aria, come una magia assurda e indecifrabile, come se un pittore malato potesse dipingere qualcosa di assurdo e incongruente con il mondo: quel quadro, ora diventerebbe più chiaro almeno ai miei occhi perché d’assurdo il mondo si sta riempiendo.
E allora qualcuno scopre la debolezza che ti corrode dentro, i sensi di colpa di aver gettato al vento un passato troppo scomodo, oppure il semplice voler scappare -per paura o per amore- da una realtà fatta di quotidiana irrazionalità.
Assurdo, ma è vita.
E davvero vien facile voltarsi all’indietro e parlare col mondo per scoprirne facce nascoste, perché di sfaccettature oscene e inodore se ne trovano ad ogni angolo: quelle sono le più dannose, perché si insinuano, si comprimono, si nascondono dentro la mente, la tarlano con dovuta maestria, ne fanno segatura per il tempo e poi, come d’incanto, come voluta da un maleficio prodotto da uno stregone incosciente, ti gettano la VERITA’ davanti e ti trovi senza energie, senza fiato, senza nulla….
 
Sensazioni, sensazioni di esser invincibile contro il tempo, contro le persone, contro tutto.
E bugie, volute per amore o per debolezza, menzogne farabutte che fanno rabbrividire, mezze verità.
 
La vita: tanto dà e tanto prende.
Non si può sfuggire ad essa: non si può.
 
E la verità torna a galla, rabbiosa di uscire, corretta nel suo esser VERA, grandiosa e irriverente, umiliante, generosa di DIRE LA PROPRIA, menzognera perché TROPPO vera.
La verità, galleggia davanti a noi, imprudente di esser cacciata via, impertinente.
Eppure, basterebbe amore. E non ci sarebbe paura di nulla, manco di dio o della morte, manco della faccia del nemico, non ci sarebbe necessità di nascondersi, di fuggire allo squillo del telefono, di occultarsi dietro infrastrutture create per l’occasione: superfluo scappare.
Basterebbe amore, quello che ci fa stare male, quello che ci rende liberi perché AMORE E’ LIBERTA’ e solamente quando una persona CAPISCE quello che nasconde quella frase, allora ama veramente.
 
Basterebbe amore. E sarebbe più facile anche dire “ho sbagliato”, sarebbe più facile dimenticare i rancori, i sotterfugi, le malizie. E sarebbe più facile vivere senza doversi nascondere o fuggire.
Semplicemente.
 
A volte, rimarginare le ferite è difficoltoso, quasi impossibile: eppure, quella verità travolgerà il malato silenzio e diventerà nuova linfa, risanerà le ferite e il silenzio diventerà musica: l’ho vissuto, l’ho vissuto io. So che i miracoli ci sono: ne sono testimone ogni giorno. Basta solamente cercarlo, viverlo, rimboccarsi le maniche, ripartire.

Postato da: neviurss a 11:38 | link | commenti |

venerdì, 23 febbraio 2007

Vae, inquit, puto deus fio
Ohibò! mi sa che sto diventando un dio

(Svetonio Divus Vespasianus XXIII.15).

Postato da: neviurss a 17:23 | link | commenti |

martedì, 06 febbraio 2007

Iam victi vicimus
Già sconfitti, vinciamo! (Plauto - Casina).

Postato da: neviurss a 21:11 | link | commenti |

domenica, 04 febbraio 2007

Non omnis moriar
Non morirò interamente.
(Orazio, Odi, III, 30, 6).

Postato da: neviurss a 10:10 | link | commenti |

venerdì, 12 gennaio 2007

HPIM2316

Postato da: neviurss a 23:04 | link | commenti |

Un po’ di difficoltà a fare le scelte giuste, spesso c’è.

C’è dentro di me, e vive con latenza, si insinua nei pensieri e li corrode.

Ci vuol poco però a spazzare via le nuvole e ridare il sereno. Come un soffio lungo e deciso, quasi un sentimento impalpabile, quasi un sentire deciso ma selvaggio, un inconsistente desiderio fatto di certezze, fatto di convinzioni precise, fatto di mattoni saldi, legati tra loro. C’è quasi un qualcosa che mi corrode dentro, che si insinua lentamente, come un sottile desiderio: vivere, vivere lentamente, assaporare le cose, gustarsi il silenzio del vociare delle persone che ti sono vicino, sentire il calore acceso e rosso del respiro sul collo, agguantare quasi con avidità il bacio rosa del mattino, per rivedere il risveglio fatto di offuscati sogni arancio, sorseggiare un buon bicchiere di vino in silenzio davanti alla tua vita.

 

Un po’ di difficoltà a fare le scelte giuste… ci vuole coraggio, fatto di concretezza, fatto di due occhi che ti guardano ogni giorno, che ti tengono sveglio perchè ci sei affogato dentro, fatti di sogni, fatti di grinta. Ci vuole coraggio, non arrendersi mai di fronte a nulla, trovare concreti stimoli per lasciare che sia la noia ad affogare. Ci vuole coraggio, quello da vendere, quello che sa di impertinenza, di sfacciataggine, quello genuino che hai a 8 anni, dove nulla ti può fermare.

 

Un po’ di difficoltà ci vuole: ci fa sentire vivi. E scegliere è difficile, quasi impossibile.

Ma è bello farlo.

 

E l’ho fatto.

 

E svegliarsi con un sospiro accanto, con due occhi che ti guardano, sentire il silenzio fatto di rumori, bere un bicchiere di vino, graffiare il cielo con l’impertinenza di un bambino… è geniale!

 

 

 

Postato da: neviurss a 22:49 | link | commenti (1) |

domenica, 31 dicembre 2006

discorso di fine anno del NEVIUZ

Difficile dare un senso a quest’anno appena trascorso.

Troppe cose, troppi avvenimenti, troppe discussioni, tutto troppo…

Un anno pienissimo d’avvenimenti: sarebbe difficile ricordarli tutti, poiché in ogni istante, in ogni momento di questo 2006 si sono verificati fatti degni di nota, degni di esser ricordati, nel bene e nel male. Vita che passa e che fa male, vita che scorre, vita che si fa valere, vita degna di esser vissuta, vita degna di esser conquistata e lottata, vita che trascorre lenta e senza senso, vita che ti costringe ad esser duro e volgare, oppure semplicemente, che ti obbliga a fare scelte impopolari, vita che diventa aspra, secca, invadente, che ti strappa la vita per la morte…

Vita per ognuno di noi, vissuta come qualcosa di assolutamente inconcepibile, di assolutamente misteriosa, piena di stranezze, d’eventi inconcepibili…

 

Prendi un buon cd, tipo l’ultimo dei pj: è uscito quest’anno…

Prendi un desiderio: campioni del mondo… quest’anno siamo NOI

Prendi una voglia: noi del toro in A e le merde in B… quest’anno ci siamo!!!

Prendi la morte: c’è, eccome, e vive dentro di me ogni momento (ciao mamma, ti voglio bene)

Prendi un istante di gloria allo stadio, quando puoi urlare che siamo noi i vincitori: torino-mantova, e c’ero, cazzo se c’ero…

Prendi un due di picche, di quelli che ti lasciano il segno, di quelli che ti colpiscono e ti stordiscono… c’è stato pure quello.

Prendi l’amore, quello grande che ti fa stare bene in ogni momento: è accanto a me, ora, divino e succulento…

Prendi le vacanze, e prendi l’aereo per andarci… e ci sono stato (formentera, eccellente!)

Prendi un sogno: la moto… e c’è pure quello…

Prendi un incubo: cadere con la moto… c’è stato pure quello…

Prendi il lavoro: sogna la promozione… e c’è stata pure quella, piccola e inutile, ma c’è stata…

Prendi gli amici: e scopri un tesoro gigante come i suoi 120 kg ( grazie Danilo!)

Prendi le persone, quelle che ogni giorno per anche solo un istante, mi hanno regalato un sorriso… e ringrazio Vania, la Follo, il Mau, il Bru, Casumoto, la fossa tutta e tutti i nuovi amici che mi hanno fatto stare bene…

 

Ci sono alcuni episodi che tuttavia ti lasciano una ferita gigante, ti segnano e fanno apparire una ruga in più sul volto… difficile dimenticare il sorriso di mia mamma, difficile dimenticare quello che mi ha donato: la vita. Qualcuno non ha mai capito bene cosa significa “esser fortunato perché hai i genitori accanto”: è oltre ogni umana possibilità capirne il senso, comprenderne il significato. Sono stato troppo fortunato ad avere una mamma e un papà che mi hanno donato tutto il loro amore: vorrei semplicemente dire GRAZIE a loro: il mio enorme rimpianto è quello di non poterglielo dire in faccia, magari stringendoli forte, magari dandogli un buffetto, fargli uno scherzo, raccontargli semplicemente una storia o un episodio. Questa è la fortuna di cui parlo e non c’è vittimismo: amo la vita troppo per lasciarmela scappare e avrò altri modi per urlare al cielo quel “GRAZIE” che non ho fatto in tempo a dirgli.

 

 

Che altro aggiungere?  Ora vorrei chiudere gli occhi, svegliarmi a 65 anni, con Stefania accanto, stappare una buona bottiglia di vino (va bene un amarone? O meglio un passito?), sorseggiarlo e guardare il cielo, sulle rive del fiume - dove nebbia sono e nebbia scomparirò - svanire lentamente con lei e per lei svanire dolcemente nei suoi occhi, scoprire che mi sono meritato questa vita che qualcuno mi ha donato e urlare nel mio cuore quel GRAZIE che mi è rimasto soffocato in gola.

 

Vorrei un 2007 tranquillo, fatto di dolcezza. Non chiedo altro. Non voglio altro. Dolcezza e tranquillità. E un bacio dalla persona che ami.

 

 

Postato da: neviurss a 16:31 | link | commenti (1) |

venerdì, 20 gennaio 2006

AD METALLA

alle miniere

Postato da: neviurss a 21:47 | link | commenti |

sabato, 07 gennaio 2006

Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,
Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,
Dai solchi bagnati di servo sudor,
Un volgo disperso repente si desta;
Intende l'orecchio, solleva la testa
Percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual raggio di sole da nuvoli folti,
Traluce de' padri la fiera virtù:
Ne' guardi, ne' volti, confuso ed incerto
Si mesce e discorda lo spregio sofferto
Col misero orgoglio d'un tempo che fu.
S'aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti sentieri, con passo vagante,
Fra tema e desire, s'avanza e ristà;
E adocchia e rimira scorata e confusa
De' crudi signori la turba diffusa,
Che fugge dai brandi, che sosta non ha.
Ansanti li vede, quai trepide fere,
Irsuti per tema le fulve criniere,
Le note latebre del covo cercar;
E quivi, deposta l'usata minaccia,
Le donne superbe, con pallida faccia,
I figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti, con avido brando,
Quai cani disciolti, correndo, frugando,
Da ritta, da manca, guerrieri venir:
Li vede, e rapito d'ignoto contento,
Con l'agile speme precorre l'evento,
E sogna la fine del duro servir.
Udite! Quei forti che tengono il campo,
Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
Son giunti da lunge, per aspri sentier:
Sospeser le gioie dei prandi festosi,
Assursero in fretta dai blandi riposi,
Chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate, tornanti all'addio,
A preghi e consigli che il pianto troncò:
Han carca la fronte de' pesti cimieri,
Han poste le selle sui bruni corsieri,
Volaron sul ponte che cupo sonò.
A torme, di terra passarono in terra,
Cantando giulive canzoni di guerra,
Ma i dolci castelli pensando nel cor:
Per valli petrose, per balzi dirotti,
Vegliaron nell'arme le gelide notti,
Membrando i fidati colloqui d'amor.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
Per greppi senz'orma le corse affannose,
Il rigido impero, le fami durâr;
Si vider le lance calate sui petti,
A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
Udiron le frecce fischiando volar.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
D'un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
All'opere imbelli dell'arse officine,
Ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l'antico;
L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D'un volgo disperso che nome non ha.

adelchi

Postato da: neviurss a 11:01 | link | commenti |